Teheran minaccia di riaprire l’offensiva, missili intercettati dagli Emirati e navi colpite nel Golfo. Israele bombarda una base in Siria e irrita Washington. Sul fronte ucraino quasi 800 droni contro la Russia, mentre un raid russo uccide dieci civili a Kharkiv
di Andrea Pinto
Lo Stretto di Hormuz torna al centro dello scontro tra Stati Uniti e Iran. Donald Trump lo definisce «nuovo territorio americano» e nega che siano in corso negoziati con Teheran, mentre l’Iran respinge la rivendicazione e minaccia nuove azioni militari. Gli Emirati Arabi Uniti denunciano il lancio di due missili balistici iraniani e sospendono i rapporti commerciali con Teheran. Nello stesso momento Israele colpisce una base siriana e apre un nuovo fronte di tensione con Turchia e Stati Uniti. In Ucraina la guerra torna a lambire Mosca con una massiccia offensiva di droni.
Donald Trump ha scelto ancora una volta lo Stretto di Hormuz per alzare la posta dello scontro con l’Iran. Il presidente americano ha pubblicato una mappa del Golfo nella quale Hormuz viene indicato come «nuovo territorio Usa», collegando la provocazione alla convinzione che lo stretto sia ormai sotto il controllo della Marina militare americana. Poco dopo Trump ha escluso qualsiasi prospettiva diplomatica immediata: «Non sono in corso né sono previste trattative o colloqui con la Repubblica Islamica», ha scritto, ribadendo che il blocco navale americano resta in vigore e sostenendo che lo stretto sia aperto alla navigazione.
La risposta iraniana è stata immediata. Teheran continua a considerare Hormuz chiuso e respinge l’idea che Washington possa attribuirsi la sovranità sul passaggio marittimo. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha minacciato di «correggere» quella che definisce l’illusione americana sullo stretto, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che l’Iran non accetterà una resa e che Teheran ritiene di essere uscita dalla guerra in una posizione favorevole anche sul piano diplomatico.
Il nodo è soprattutto economico e strategico perchè Hormuz è il passaggio attraverso il quale transita una quota essenziale dei flussi mondiali di petrolio e gas e la sua effettiva chiusura o anche soltanto una forte riduzione della navigazione produce effetti immediati sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento. Lo scontro tra Washington e Teheran non riguarda dunque soltanto il controllo di uno stretto, ma la possibilità per l’Iran di utilizzare il traffico marittimo come leva militare ed economica e per gli Stati Uniti di impedirglielo attraverso il blocco navale.
La tensione è arrivata fino agli Emirati Arabi Uniti: le autorità di Abu Dhabi hanno riferito che le difese aeree hanno rilevato due missili balistici lanciati dall’Iran, uno dei quali sarebbe caduto al di fuori delle acque territoriali e l’altro all’interno. Teheran ha negato di aver effettuato l’attacco. Nella stessa area sono state segnalate esplosioni e nuovi incidenti contro navi. Gli Emirati hanno reagito sospendendo tutti gli scambi commerciali, finanziari ed economici con l’Iran fino a nuovo ordine, trasformando un episodio militare in una crisi diplomatica ed economica tra due Paesi affacciati sul Golfo.
La crisi di Hormuz arriva mentre a Washington prende forma una valutazione destinata a modificare l’equilibrio militare americano in Medio Oriente. Secondo il Washington Post, il Pentagono starebbe esaminando la possibilità di ridurre la presenza militare statunitense nel Golfo al termine della guerra con l’Iran, anche attraverso la scelta di non ricostruire alcune delle basi danneggiate dagli attacchi iraniani. Il Dipartimento della Difesa ha precisato che non si tratta ancora di una revisione formale ordinata dal segretario alla Difesa, ma di una valutazione preliminare sul futuro dispositivo americano nella regione.
Nel frattempo Israele ha colpito con otto attacchi aerei la base di Abu al-Duhur, nel nord-ovest del Paese, danneggiando la pista e alcune strutture. Non sono state segnalate vittime. Gerusalemme ha giustificato l’operazione con il timore che la Turchia potesse dispiegare proprie forze nella base e modificare così l’equilibrio militare esistente nel nord della Siria.
L’operazione ha provocato però una reazione significativa da parte di Washington con l‘inviato speciale americano per la Siria, Tom Barrack, che ha definito il raid un’escalation non necessaria, mentre gli Stati Uniti stanno cercando di creare un meccanismo di comunicazione diretta tra Turchia, Israele e Siria per evitare incidenti militari. Ankara ha condannato l’attacco, sostenendo che rappresenti una violazione della sovranità siriana.
Il raid assume un peso particolare perché arriva mentre Washington sta cercando di sostenere la nuova leadership siriana e di impedire che il Paese torni a essere un terreno di confronto diretto tra potenze regionali. Israele considera invece la presenza militare turca e la ricostruzione delle capacità militari siriane potenziali minacce alla propria sicurezza.
A migliaia di chilometri di distanza, l’Ucraina ha lanciato quasi 800 droni contro il territorio della Federazione Russa, in una delle più grandi offensive aeree dall’inizio dell’invasione. Gli attacchi hanno interessato diverse regioni e l’area di Mosca. Secondo le autorità russe, la maggior parte dei velivoli è stata intercettata dalla difesa aerea, ma alcuni hanno provocato danni e incendi.
L’obiettivo ucraino è sempre più evidente: portare la guerra dentro la Russia e aumentare il costo politico e psicologico del conflitto per la popolazione e per il potere di Vladimir Putin.
La risposta russa è arrivata ancora una volta contro le aree civili ucraine. Un attacco missilistico contro il villaggio di Pechenihy, nella regione di Kharkiv, ha ucciso almeno dieci persone e ne ha ferite altre 17, secondo le autorità ucraine. Le esplosioni hanno distrutto abitazioni e colpito la popolazione civile. Altri attacchi russi hanno provocato vittime nelle regioni di Sumy e in altre aree del Paese.








