Quattordici aziende italiane hanno dato mandato ad Antonio Gozzi di verificare le condizioni per un’offerta. Il progetto prevede di mantenere a Taranto i laminatoi, alimentandoli inizialmente con bramme, ma punta alla costruzione di un forno elettrico e di un impianto per il Dri. Lo Stato dovrebbe finanziare parte degli investimenti. Occupazione destinata a scendere dagli attuali 8 mila a circa 4.500 addetti
di Massimiliano D’Elia
La cordata italiana per l’ex Ilva prende forma proprio mentre lo stabilimento di Taranto si avvia verso la fase più delicata della sua storia industriale. Sono 14 le aziende italiane che hanno presentato una manifestazione di interesse, affidando al presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, il compito di verificare se esistano le condizioni per trasformare quell’interesse in una vera offerta.
Gozzi, interpellato sulla vicenda da Corsera, mantiene il massimo riserbo. La procedura è destinata infatti a entrare nella fase della gara pubblica e, per questo, le informazioni sul progetto vengono filtrate con particolare cautela. Ma dalle indiscrezioni raccolte sul dossier emerge una linea abbastanza precisa: la cordata italiana vuole mantenere in funzione il sito di Taranto, ma non attraverso la prosecuzione della produzione con gli attuali altoforni.
Il passaggio decisivo sarà lo spegnimento dell’ultimo altoforno ancora operativo, previsto per il 28 ottobre, da quel momento il futuro dell’impianto dipenderà dalla capacità di costruire un modello industriale diverso da quello che ha caratterizzato per decenni l’ex Ilva.
La prima soluzione, quella immediatamente praticabile, sarebbe quella di portare a Taranto le bramme, cioè semilavorati di acciaio già prodotti altrove, per alimentare i laminatoi dello stabilimento e continuare a produrre coil. Alcune delle aziende che partecipano alla cordata sarebbero disponibili anche a trasferire a Taranto una parte delle proprie attività di laminazione.
È però una soluzione considerata soltanto transitoria perchè ridurre l’ex Ilva a un grande centro di laminazione significherebbe infatti dipendere completamente dall’approvvigionamento esterno delle bramme. Oggi il mercato offre quantità sufficienti, ma per gli operatori italiani non esiste la garanzia che la situazione possa rimanere invariata nel medio e lungo periodo.
Da qui nasce il progetto industriale più ambizioso: un nuovo forno elettrico accompagnato da un impianto per la produzione di Dri, il “Direct Reduced Iron”, cioè il ferro preridotto ottenuto attraverso la riduzione chimica del minerale di ferro. Il Dri può essere utilizzato nei forni elettrici come materia prima alternativa al rottame.
Il problema del rottame è infatti uno degli elementi che pesano sul progetto perchè il rottame disponibile sul mercato è sempre più conteso dalle acciaierie del Nord Italia e l’apertura di un grande forno elettrico a Taranto aumenterebbe inevitabilmente la concorrenza per una materia prima già considerata strategica.
La capacità produttiva sarebbe tuttavia molto diversa da quella storica dell’ex Ilva perchè con un solo forno elettrico, Taranto potrebbe arrivare a produrre circa 2,5 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, con una capacità massima nell’ordine dei 3 milioni. Due forni, invece, secondo la valutazione della cordata, comporterebbero un investimento troppo pesante per gli operatori privati.
Con queste premesse nessuna delle imprese coinvolte intende mettere a rischio il proprio equilibrio finanziario per sostenere da sola la riconversione dell’ex Ilva. Il progetto, sostengono gli operatori del settore, può diventare sostenibile soltanto se sarà accompagnato da un intervento pubblico significativo.
Tra le condizioni poste dalla cordata c’è infatti la presenza dello Stato nell’operazione, anche se non è ancora definita la forma che dovrebbe assumere. In passato era stato ipotizzato uno stanziamento di circa un miliardo di euro per il Dri, successivamente ridotto a 800 milioni. Altra questione, non secondiaria, è che la cordata vuole che il futuro dell’ex Ilva rimanga nelle mani di operatori italiani, almeno per quanto riguarda il progetto che sta prendendo forma.
Per questo, secondo le fonti vicine al dossier, non sarebbe previsto un ruolo per Jindal, il gruppo indiano che fa capo a Jsw e che ha presentato una propria offerta per l’intero perimetro dell’ex Ilva. Nella gara è presente anche Flacks, gruppo americano che ha manifestato interesse, ma sul quale permangono interrogativi legati alle garanzie finanziarie.
Qualsiasi soluzione all’orizzonte impatterebbe comunque sulla forza lavoro perchè l’ex Ilva con un solo forno elettrico non avrebbe bisogno degli attuali circa 8 mila dipendenti ma soltanto di circa 4.500 lavoratori.
La costruzione di un secondo forno elettrico potrebbe aumentare la capacità produttiva e quindi attenuare almeno in parte il problema occupazionale, ma per gli operatori della cordata il costo sarebbe finanziariamente insostenibile.
Le aziende italiane, a quanto pare, sono fermamente contrarie alla riaccensione degli altoforni. L’ipotesi di mantenere in vita l’attuale ciclo produttivo viene considerata troppo rischiosa, soprattutto per il possibile contenzioso giudiziario legato alla sicurezza degli impianti e alle responsabilità degli operatori.
Per il governo si apre quindi una partita su più tavoli: il primo riguarda la gara già avviata con Flacks e Jsw, che dovrà essere gestita insieme alla manifestazione di interesse della cordata italiana; il secondo riguarda la struttura finanziaria dell’operazione e il ruolo dello Stato; il terzo, probabilmente il più difficile sul piano sociale, sarà il confronto con le sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm.
I sindacati hanno già scelto di alzare il livello dello scontro istituzionale tramite una lettera indirizzata direttamente al Presidente della Repubblica, chiedendo attenzione sul futuro industriale e occupazionale dello stabilimento.







