Il Pentagono ha organizzato da settimane un dispositivo militare lungo la rotta meridionale dello Stretto, vicino alla costa dell’Oman. Ogni notte transitano 15-20 petroliere, per circa 10 milioni di barili di greggio al giorno. Caccia e sistemi statunitensi proteggono le navi dagli attacchi iraniani.
di Andrea Pinto
Lo Stretto di Hormuz non è formalmente riaperto, ma il petrolio ha ricominciato a passare sotto la protezione degli Stati Uniti. Il Pentagono ha infatti predisposto in segreto un corridoio marittimo lungo il versante meridionale dello Stretto, vicino alla costa dell’Oman, per consentire alle petroliere di attraversare uno dei punti più delicati della guerra con l’Iran. L’operazione, secondo due funzionari statunitensi citati da Axios, è in corso da diverse settimane.
Il dispositivo consente oggi il transito di 15-20 petroliere ogni notte, con un flusso che raggiunge circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi la metà dei livelli precedenti alla guerra. In alcune giornate, secondo le fonti americane, il volume sarebbe arrivato a 15-20 milioni di barili.
Le forze statunitensi coordinano anche l’ingresso nel Golfo di petroliere vuote provenienti dal Mar Arabico, che attraversano Hormuz, raggiungono i terminali dei Paesi del Golfo, imbarcano il petrolio e tornano verso il mare aperto utilizzando la stessa rotta meridionale.
L’operazione viene coordinata da una task force con sede a Fort Bragg, in North Carolina, in collaborazione con i partner regionali. Il sistema è organizzato ogni notte attraverso due distinti convogli: uno in uscita dal Golfo e uno in entrata, entrambi instradati attraverso il canale meridionale dello Stretto sulla base delle indicazioni delle forze americane.
La protezione non è soltanto navale perchè l‘Aeronautica militare statunitense assicura una copertura con i propri caccia, pronta a intervenire contro eventuali attacchi iraniani con droni e missili da crociera. Secondo le fonti citate da Axios, all’inizio di questa settimana le forze americane hanno abbattuto otto droni iraniani e due missili da crociera.
Il passaggio delle petroliere è diventato possibile dopo una campagna militare condotta dal Comando centrale degli Stati Uniti, Centcom, che secondo i funzionari americani avrebbe fortemente ridotto la capacità iraniana di sorvegliare la parte meridionale dello Stretto. I bombardamenti avrebbero danneggiato radar e sistemi di sorveglianza marittima, limitando la capacità di Teheran di controllare il traffico navale.
L’Iran, secondo la stessa ricostruzione, continua a utilizzare droni e missili da crociera, ma con modalità più generalizzate, mentre la capacità di individuare e seguire ogni singola nave sarebbe diminuita.
La partita sul petrolio
Il corridoio americano ha un’importanza che va oltre la sicurezza delle petroliere perchè Hormuz è il passaggio attraverso il quale transitava prima della guerra una quota enorme del commercio mondiale di petrolio e gas e la riduzione del traffico ha provocato forti pressioni sui mercati energetici.
Il fatto che gli Stati Uniti siano riusciti a riportare il flusso a circa 10 milioni di barili al giorno significa che una parte significativa delle esportazioni del Golfo può nuovamente raggiungere i mercati internazionali. Il livello resta comunque circa la metà di quello precedente al conflitto.
Washington non sta semplicemente cercando di riaprire una rotta commerciale ma sta creando una propria architettura di sicurezza per controllare il movimento delle navi nella parte meridionale di Hormuz, utilizzando intelligence, aviazione militare, coordinamento navale e collaborazione con i Paesi del Golfo.
Il presidente americano Donald Trump non a caso sostiene che lo Stretto è aperto e ha parlato di Hormuz come di un possibile “territorio Usa”, mentre l’Iran continua a contestare il controllo americano del passaggio strategico.
Possono gli Stati Uniti permettersi di mantenere per lungo tempo le forze militari impegnate nel Golfo, per garantire questa piccola finestra di transito nell Stretto di Hormuz?







