Guerra russo-ucraina: dalla cobelligeranza alla guerra senza limiti

di Paolo Giordani*

Nel novembre 2022, durante un convegno dell’Istituto Diplomatico Internazionale, sostenemmo che gli Stati che fornivano armi all’Ucraina non potevano considerarsi estranei al conflitto con la Russia. Questa affermazione fece trasecolare molti degli astanti, ma si è rivelata tristemente profetica. Qualcuno evocò subito la distinzione tra armi difensive e offensive, sostenendo che, finché non ci fossero stati soldati sul terreno, avremmo mantenuto una posizione di formale non-belligeranza.

La realtà è diversa. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha dato nuovo impulso al dibattito chiedendo ai singoli membri dell’Alleanza di autorizzare l’uso delle loro armi per colpire le retrovie russe. Il Regno Unito non ha mai posto restrizioni, Francia e Germania si dichiarano a favore, Canada, Finlandia e Polonia hanno già detto sì, il presidente americano Biden “riflette” e l’Italia, prudentemente, ha detto no.

Quanto a fondo si può andare con missili a lunga gittata e compagnia bella? Quando leggiamo che droni di fabbricazione occidentale colpiscono, e accecano almeno temporaneamente, radar russi destinati a rilevare missili balistici diretti verso la Federazione, un brivido corre per la schiena. Se l’opinione pubblica avesse reale consapevolezza del rischio nucleare (per chiarirsi bene consigliamo la lettura del bel libro di Annie Jacobsen “Nuclear war, a scenario”, uscito da poco negli Stati Uniti), anche i più bellicisti tra i governi della NATO comprenderebbero che non si può, con troppa leggerezza, far cadere un tabù dopo l’altro. Quello degli “stivali sul terreno”, tanto caro al presidente francese Emmanuel Macron, è caduto da un pezzo. Gli “istruttori militari” di cui oggi tanto si parla sono già presenti in Ucraina da anni e sempre più Stati si dichiarano favorevoli ad inviarne degli altri.

Il fatto è che solo ora, dopo due anni e mezzo, emerge una realtà evidente fin dall’inizio del conflitto: l’aggredita Ucraina non può riprendere i territori conquistati dai russi e forse neppure continuare a resistere indefinitamente senza un crescente coinvolgimento delle potenze occidentali. Anche l’Unione Europea, un tempo sorda a qualsiasi ragionevole appello per la costituzione di un proprio esercito, ha ormai indossato l’elmetto e, Ungheria permettendo, si appresta a riversare sul fronte ucraino altri 6,5 miliardi di euro più i profitti degli asset russi congelati in Europa.

“Ogni ritardo nell’approvazione di nuovi fondi e sanzioni contro la Russia può costare vite umane”, proclama Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
In questo panorama, viene alla mente il monito di von Clausewitz sulla guerra che, per propria natura, tende a perpetuarsi e “logicamente conduce all’estremo”, se non serve un obiettivo politico realistico.

Proprio l’assenza della politica e il silenzio della diplomazia rendono il momento attuale particolarmente drammatico. È ridicolo organizzare un “summit di pace” in Svizzera senza invitare uno dei belligeranti. È assurdo e pericoloso far cadere un tabù dopo l’altro e avvicinarsi costantemente alla linea rossa, dovunque sia, senza avere una precisa idea del punto di caduta per un possibile accordo.

Se gli Stati Uniti autorizzassero l’uso delle proprie armi per colpire la Russia, “sarebbe un altro passo”, dice il politologo americano Ian Bremmer al “Corriere della sera”. Ma verso dove?

Insomma, oggi come non mai, è cruciale che i leader mondiali mostrino saggezza e lungimiranza. Solo attraverso l’impegno comune per realizzare un preciso disegno politico che tenga conto della “realtà effettuale” possiamo sperare di trovare una via d’uscita pacifica da questa crisi. Non sarà indolore, ma la storia insegna che l’”autoperpetuarsi” della guerra non è mai la soluzione. Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare che la situazione degeneri ulteriormente.

*Presidente
Istituto Diplomatico Internazionale

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