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(di Paolo Giordani) Il direttore del “Kiev Post”, Bohdan Nahaylo, ha definito “un’espiazione” lo storico viaggio nella capitale ucraina del presidente francese Macron, del cancelliere tedesco Scholz e del premier italiano Draghi.

Che cosa dovevano “espiare” i leader dei tre maggiori Paesi dell’Unione europea, presente anche il presidente romeno Johannis? Agli occhi degli ucraini, le esitazioni e i ritardi nell’invio di armi offensive pesanti (dovuti in gran parte ai dubbi di Scholz), il canale di comunicazione con Putin tenuto ostinatamente aperto da Macron e il suo riferimento alla necessità di “non umiliare” l’interlocutore russo, le fibrillazioni filoputiniste di parte della maggioranza che regge il governo Draghi e, collettivamente, la distinzione, sottile ma essenziale, dall’intransigenza di Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia che neppure ipotizzano una soluzione diplomatica per provare a conciliare le esigenze di russi e ucraini.


Possiamo chiederci: questa differenza è stata cancellata dal viaggio a Kiev dei “tre tenori”, come qualcuno li ha chiamati con una certa dose di ironia? A nostro parere, no. Ed è un bene che sia così.

Ovviamente non sono in discussione l’unità dell’Occidente nel sostegno all’Ucraina aggredita né il “via libera” dei tre alla candidatura del Paese a membro dell’Ue (ammesso che non vi siano altri ostacoli, l’ingresso effettivo richiederà anni di trattative e riforme). Su questo i leader di Francia, Germania e Italia hanno dato al presidente ucraino ampie assicurazioni, quanto basta per “espiare”.

Restano le divergenze sull’evoluzione del conflitto: gli europei accennano alla pace, sia pure “alle condizioni che saranno decise dagli ucraini”, Zelensky guarda essenzialmente al campo di battaglia sperando di rovesciare le sorti della guerra. Draghi afferma che nei colloqui “non sono state richieste armi”, Zelensky torna a chiederle in conferenza stampa.

Il fatto è che l’iniziativa diplomatica implica il compromesso e il compromesso – a 114 giorni dall’invasione russa, con il Donbass e parte del Sud occupati – implica rinunce territoriali che l’Ucraina -, oggi, afferma di non voler fare.
Nonostante i commendevoli sforzi per entrare in partita, i tre leader europei devono prendere atto della realtà: c’è poco da “espiare”, le fila le tengono a Washington e a Mosca.

Paolo Giordani – Istituto Diplomatico Internazionale

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