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La pace afghana non regge facendo temere il peggio per il futuro di un processo di riconciliazione nazionale aperto con grande clamore il 12 settembre scorso. La firma a Doha il 29 febbraio 2020 di un un accordo tra Stati Uniti e ribelli talebani avrebbe dovuto portare ad un allentamento delle tensioni e al ritiro delle truppe americane entro maggio 2021.

A distanza di un anno le premesse non sono poi state portate sul campo. I talebani, in posizione di forza, fingono di argomentare ma in realtà non concedono molto a un regime legittimo screditato e indebolito. Il primo ciclo di negoziati, da settembre a dicembre, è stato caotico ed episodico. Ne è derivato solo un accordo sulle modalità della discussione.

In realtà, secondo la Croce Rossa Internazionale, metà del Paese è ancora instabile. Le due parti non sono d’accordo su nulla e gli osservatori internazionali mettono in dubbio la possibilità di un dialogo proficuo.

Kabul chiede un cessate il fuoco permanente, mantenendo l’attuale regime presieduto da Ashraf Ghani, ma la controparte non è d’accordo.

Il capo dei servizi segreti afghani, Ahmad Zia Siraj, ha dichiarato ieri, davanti al Parlamento, che “i talebani intendono ritardare i colloqui fino al ritiro delle forze americane dall’Afghanistan a maggio“.

Peggio ancora, i termini dell’accordo pre-pace, l’unico quadro che impone questo dialogo inter-afghano, mostrano seri segni di debolezza. Lunedì, il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha denunciato una violazione dell’accordo dopo gli attacchi statunitensi contro i ribelli nel sud del Paese. Un rappresentante delle forze americane, il colonnello Sonny Leggett, ha assicurato che erano “difensive” e non costituivano un attacco agli impegni presi dalle due parti di cessare ogni violenza reciproca.

Il Pentagono si è irrigidito nei confronti degli insorti. Per la prima volta, lunedì, le forze armate statunitensi hanno accusato i talebani di una serie di omicidi mirati: hanno ucciso il vice governatore della provincia di Kabul, cinque giornalisti e il capo di un’organizzazione indipendente di osservazione elettorale.

Il colonnello Leggett, scrive Le Monde, ha chiarito che gli Stati Uniti continueranno a sostenere le truppe afghane di fronte agli attacchi dei talebani. La scommessa dell’amministrazione Trump di firmare un accordo con gli insorti come primo passo prima di costringerli a firmare la pace con Kabul sembra oggi difficile da mantenere. Tanto più che, secondo il ministro dell’Interno Massoud Andarabi, intervenendo lunedì davanti al Parlamento, “i talebani si stanno preparando per una guerra su vasta scala nel 2021“.

La prova di questa teoria è che ai combattenti talebani che tradizionalmente trascorrevano l’inverno in Pakistan era stato ordinato di rimanere in Afghanistan per prepararsi a questa offensiva. Il comando talebano è addirittura in procinto di lasciare i suoi rifugi in Pakistan per tornare a stabilirsi in Afghanistan. Questa prospettiva potrebbe, secondo alcuni ottimisti, essere parte di una strategia volta a rafforzare la posizione di forza degli insorti durante i colloqui di Doha. Per altri, più pessimisti, come il vicepresidente afghano Amrullah Saleh, gli attacchi quasi quotidiani contro le forze governative al contrario annunciano la volontà dei talebani di cercare di prendere il controllo del Paese non appena sarà completato il ritiro americano. Una bella grana per il neo eletto presidente Usa Joe Biden.

La posizione italiana

“L’Italia continuerà a fare la sua parte in Afghanistan”. Lo aveva affermato il ministro per la Difesa Lorenzo Guerini in audizione in Parlamento lo scorso novembre. L’impegno sottolineava il Ministro  sarà quello di continuare “la missione che ci è stata affidata nel settore Ovest dell’Afghanistan basato a Herat”.   Guerini dunque aveva espresso la posizione del governo dopo l’annunciato del ritiro delle truppe americane in Afghanistan e Iraq.

Ma il vero punto di svolta sarà la Ministeriale della Nato di febbraio. “L’insediamento della nuova amministrazione americana, – sottolinea Guerini- sarà il momento in cui l’Alleanza dovrà valutare la propria situazione in Afghanistan. Dovrà decidere se continuare la missione, come continuare la missione oppure se procedere alla conclusione della missione in Afghanistan con il ritiro complessivo dei contingenti li schierati”.   Un appuntamento importante durante il quale, spiega Guerini, si valuterà il consolidamento del processo di Doha, gli sviluppi sul terreno e insite il ministro, si prederanno decisioni tutti insieme.

La cessazione delle violenze auspicata nel dialogo di Doha oggetto del confronto tra Stati Uniti e Talebani è ancora lungi dall’essere  raggiunta e ogni decisione dovrà essere valutata sulla base delle condizioni che si sviluppano sul terreno e che si sviluppano in Afghanistan”.   E’ importante, per il ministro, che “non vi siano arretramenti rispetto ai risultati che in questi anni sono stati raggiunti in termine di accrescimento di diritti civili, di condizione delle donne, di accesso all’istruzione, che sono assolutamente essenziali per immaginare uno sviluppo di quella realtà”.  “Come sapete – ha aggiunto, rivolgendosi ai parlamentari – la posizione italiana ci riassume nel motto ‘in togheter, out togheter, ad just togheter’, ci siamo arrivati insieme, ce ne andremo insieme, decideremo insieme.

Pantano Afghanistan, talebani pronti all’offensiva su vasta scala

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