Si parla di linee rosse invalicabili in Ucraina con uomini occidentali sul campo: siamo in grado di rispondere con efficacia all’avanzata russa?

di Emanuela Ricci

Queste due linee rosse sono raccontate in un lungo editoriale pubblicato su Repubblica oggi. Linee rosse da non oltrepassare, sempre più spesso evocate anche dal presidente francese Macron quando parla pubblicamente di invio di truppe transalpine direttamente in Ucraina. Eventualità, seppur remote, che potrebbero però inesorabilmente concretizzarsi, considerati i prossimi appuntamenti elettorali in Europa e Stati Uniti che vedrebbero l’Occidente trovarsi nella condizione di dover abbassare la soglia dell’attenzione. Di contro Putin, incurante delle sanzioni e della retorica dell’ovest, nella prossima festa nazionale del 9 maggio (Giornata della Vittoria sulla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale) vorrebbe annunciare al mondo la conquista di un’altra zona strategica in Ucraina, in grado di farlo marciare direttamente su Kiev, grazie anche all’arrivo della bella stagione.

Tant’è che ammettere una sconfitta netta sul campo non è più un tabù, dal momento che la stessa intelligence ucraina ne parla apertamente. Mancano uomini, munizioni e armi in grado di contrastare la costante, lenta e granitica avanzata russa, nonostante lo sblocco al Congresso degli ingenti finanziamenti americani (61 miliardi di dollari) che però non sortiranno effetti sul campo prima del prossimo luglio. Forse troppo tardi!

In uno scenario che vedrebbe Kiev capitolare e con essa tutte le speranze di libertà dell’Occidente l’Alleanza Atlantica, secondo gli analisti consultati da Repubblica, non rimarrebbe a guardare. Nei comandi militari Nato non ci sono piani operativi stabiliti per un intervento diretto ma solo delle valutazioni tattiche. Lungo il confine est europeo (Paesi baltici, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania) la Nato ha già schierato 40 mila soldati che potrebbero diventare 300 mila nel giro di qualche mese, secondo il dispiegamento previsto dalla “Nato Response Force – NRF“. Fino al 31 maggio la Nato si sta addestrando nella più grande esercitazione dal dopoguerra con la “Steadfast 24” che ha mobilitato, in pochi mesi, truppe e mezzi dal Nord America verso l’Europa, impiegando 90 mila uomini, in grado di rinforzare, in poco tempo, le linee di difesa già presenti sul Fianco Est.

Alle citate valutazioni tattiche la Nato però deve fronteggiare il suo attuale punto debole: “la resilienza“. Riuscire a sostenere un conflitto ad alta intensità e in modo persistente, così come sta facendo la Russia, appare oggi un’impresa insostenibile per via di evidenti carenze strutturali e organizzative (troppa frammentarietà e mancanza di vision comune) dell’industria bellica comunitaria. Mosca, ad esempio, riesce a produrre in un solo anno 3,5 milioni di munizioni mentre i paesi occidentali solo 1,5 milioni (Mosca però ha già convertito la sua industria civile totalmente a quella di guerra). La Nato e i Paesi partner, laddove decidessero, potrebbero agevolmente produrre un numero maggiore di munizioni anche se si andrebbe incontro ad una nuova evidente debolezza, quella della catena di approvvigionamento di materiali strategici (terre rare e semiconduttori) presenti in Asia e Africa dove, come noto, Cina e Russa la fanno da padroni.

Sempre Repubblica, per rendere meglio l’idea, riporta l’esito di un rapporto presentato di recente dai militari al Parlamento francese: potrebbero essere mandati sul fronte solo 20 mila uomini in tempi rapidi mentre l’Aeronautica non avrebbe più aerei disponibili in soli 10 giorni e, probabilmente, non avrebbe a disposizione missili dopo due giorni. Una situazione che rispecchia, probabilmente, quella delle forze armate degli altri Paesi UE aderenti alla Nato.

L’appello accorato del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano in occasione del 163° anniversario 

L’Esercito deve essere rivisto sotto diversi profili. Sono cambiati gli scenari, le minacce e, quindi, le esigenze, anche degli altri Paesi Nato. Vanno rivisti soprattutto i principali sistemi d’arma, potenziati gli strumenti, adeguate le strutture e le procedure d’impiego. Bisogna sbrigarsi, perché non sappiamo cosa accadrà. Mentre politica e diplomazia fanno il loro lavoro, noi dobbiamo impegnarci a farci trovare pronti, sperando di non dover mai entrare in azione: l’Italia deve diventare una nazione con una capacità di deterrenza reale e credibile”. Così, in un’intervista al ‘Corriere della Sera’, il generale Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in occasione del 163° anniversario della creazione dell’Esercito italiano.

Secondo Masiello la guerra in Ucraina “ha cambiato i paradigmi sul campo: siamo tornati al confronto fra unità meccanizzate e corazzate, all’uso delle artiglierie, carri armati, macchine specializzate per la mobilità e contro-mobilità. Perfino alle trincee. Per noi europei, che veniamo da anni di missioni di pace, è stato dirompente. A ciò si uniscono l’uso massiccio di droni e l’importanza dei nuovi domini, della guerra cibernetica, della disinformazione per orientare le opinioni pubbliche e il morale dei combattenti. Scambiare informazioni con l’Intelligence è fondamentale, bisogna attrezzarsi per i grandi cambiamenti nel modo di combattere“.

Per troppo tempo, aggiunge il generale, “l’Esercito non è stato considerato una forza armata tecnologica. Bisogna invece stare al passo con i mezzi a disposizione di eventuali avversari. Va recuperato anche un gap con le ‘sorelle’, la Marina e l’Aeronautica. E occorre accorciare i tempi di individuazione delle tecnologie necessarie, sburocratizzare le procedure di acquisizione, aderire alla velocità del mondo che evolve”. Ad oggi, evidenzia poi Masiello, “l’organico non è sufficiente, i due scenari di guerra -Ucraina e Striscia di Gaza – ci insegnano che serve la massa, perché le forze si logorano e vanno rigenerate: un problema che si affronta con un incremento anche modesto delle consistenze delle singole forze armate – servono almeno 10mila soldati in più, come affermato dall’ammiraglio Cavo Dragone, Capo di Stato Maggiore della Difesa -, a cui bisogna inevitabilmente affiancare riserve, per aumentare gli organici all’esigenza“.

La situazione militare in Italia

A fare un quadro generale delle nostre forze armate è stato su Il Foglio, Alessandro Marrone, responsabile Difesa dell’Istituto Affari internazionali: “Tutti i paesi europei stanno rivedendo il loro strumento militare per passare da una fase di peacekeeping a un rafforzamento in grado di scoraggiare un attacco russo, per farlo bisogna essere pronti a una guerra su larga scala”.

Anche Marrone concorda sul fatto che occorre mettere mano, subito e senza tentennamenti, al nostro Esercito. L’Italia possiede solo 200 carri armati Ariete, mezzi risalenti agli anni 80. Solo meno della metà sono operativi a causa della mancanza di pezzi di ricambio. Per questo l’Italia ha firmato un accordo con la Germania per la produzione nel nostro Paese di carri armati Leopard 2, circa 300, ma la fornitura è dilatata in dieci anni e con un conflitto alle porte non è una rosea e lungimirante prospettiva.

Il discorso – analizza Marrone – va allargato in generale alle brigate pesanti, quelle che impiegano carri armati e altri mezzi corrazzati. Dal 1991 a oggi queste brigate sono state definanziate perché nelle missioni di peackeeping si prediligeva l’uso di mezzi su ruote, più leggeri e veloci”.

In riferimento all’artiglieria le munizioni non sono sufficienti perchè non ritenute, dai governi passati, una priorità, considerato il lungo periodo di pace che è seguito alla fine della Guerra Fredda. Nel 2023 l’Italia ha speso per munizioni 78 milioni, su un budget totale per la difesa che supera i 28 miliardi. In Ucraina, ad esempio, in un anno si spendono oltre un miliardo di dollari in sole munizioni.

La carenza riguarda anche i sistemi di difesa aerea e missilistica. L’Italia può vanatare la dotazione dell’avanzatissimo sistema italo-francese Samp-T (cinque esemplari). Almeno altri 4 sistemi sarebbero in acquisizione ma occorrono almeno tre anni, un tempo considerato dai militari “siderale” visti gli scenari imprevedibili in corso in Europa e Medio Oriente. Altra esigenza è quella di dotare l’esercito di tecnologie in grado di interferire nello spettro elettromagnetico per rispondere con efficacia alla minaccia di droni e munizioni intelligenti.

Negli altri domini prinicipali, mare e cielo non brilliamo in resilienza. “La Marina e l’Aereonautica – spiega ancora Marrone dello lai – si trovano in una situazione migliore dell’Esercito perché in un’ottica di interventi di proiezione nel Mediterraneo allargato negli ultimi anni sono stati fatti diversi investimenti”. L’aereonautica dispone di caccia Eurofighter, F-35 ed elicotteri, tutti mezzi avanzati e adeguati per un conflitto. Anche la Marina ha portaerei, fregate multimissione, quattro sottomarini e altri in cantiere. “Un problema – dice Marrone – riguarda la quantità dei missili a disposizione delle navi e degli aerei, i numeri sono classificati, ma c’è scarsità“.

Sugli organici mancano militari giovani (la media è di circa 44 anni). Il governo Monti con la legge 244/12 dette il via alla progressiva riduzione delle Forze armate da 190 a 150 mila unità entro il 2027. Oggi tale riduzione è stata rinviata al 2034, alzando parimenti la soglia limite a 160 mila prevedendo anche l’aggiunta di una riserva ausiliaria di almeno 10 mila riservisti (la riserva ausiliara è ancora oggetto di dibattito intergovernativo).

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