Generale Preziosa: “Africa ginepraio di instabilità”

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L’ex ministro francese Hervé Morin ha paragonato la situazione in Mali a quella dell’Afghanistan: “Abbiamo uno scenario che si avvicina ogni giorno di più a quello che abbiamo visto in Afghanistan. Siamo arrivati ​​per combattere il terrorismo e ricostruire uno Stato su un accordo politico e sembriamo sempre più una forza di occupazione” si è rammaricato Morin, che ritiene che attualmente non sia più possibile restare in Mali “senza accordo politico”: per Morin, la situazione politica interna in Mali richiede necessariamente la fine dell’operazione Barkhane.

Fonti diplomatiche consultate da Le Monde danno tempo fino al 17-18 febbraio prossimi, quando si svolgerà il vertice Unione europea e Unione africana, per trovare una soluzione alternativa alla fuoriuscita dei militari europei.

La Svezia ha annunciato che avrebbe ritirato i 150 soldati della missione Takuba  e i 250 della missione Minusma dell’Onu. Anche la Danimarca ha deciso di ritirare i suoi 100 uomini perché considerati non invitati dalla giunta militare maliana. Il 1° febbraio la Norvegia ha annunciato di aver annullato il proprio invio di militari in Mali, vista la situazione. La stessa Germania, con la ministra degli esteri Annalena Baerbock, ha messo in discussione la partecipazione tedesca alla missione di addestramento Ue in Mali (Eutm Mali) e alla Minusma.

La domanda che molti governi europei si sono posti è: in Mali sono ancora soddisfatte le condizioni per un’azione efficace contro i gruppi terroristici?

Generale Pasquale Preziosa: “Africa ginepraio di instabilità”

Sono più di 114 milioni le persone governate da militari che hanno preso il potere illegalmente. Ci sono stati quattro colpi di stato riusciti in Africa nel 2021: non ce ne sono stati così tanti in un solo anno solare dal 1999. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita “un’epidemia di colpi di stato”. Negli ultimi 18 mesi i militari hanno rovesciato i governi del Mali, del Ciad, della Guinea, del Sudan e ora del Burkina Faso.

L’Africa è un ginepraio di instabilità, così il generale Pasquale Preziosa, già capo dell’aeronautica fino al 2016 e oggi presidente dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Eurispes.

Il Sahel, analizza il generale, rappresenta il “crocevia dell’instabilità africana con rivendicazioni religiose sostenute da gruppi armati affiliati ad al Qaeda legate alla marginalizzazione delle regioni settentrionali del Mali” (Ispi). Ai conflitti religiosi si affiancano anche quelli armati tra opposte fazioni dovuti a problemi etnici e politici. Il rischio di violenza nella regione è elevatissimo e dal 2010 si è manifestata la tendenza all’aumento di nuove crisi, tra le quali la ribellione Tuareg e islamista nel nord del Mali (Ansar al-Dine-Islamic State of Iraq and ash-Sham in Greater Sahara, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslim, al-Mulathamun Battalion) e la guerriglia di Boko Haram nel nordest della Nigeria.

Storicamente, gli attentati di Al Qaeda iniziarono nel 1998 proprio a Nairobi e con le rivoluzioni arabe del 2011 in Africa si sono diffusi anche gli affiliati dello stato islamico di Abu Bakr Al Baghdadi. Nel Mali, il 94% della popolazione (20 milioni circa) è di fede musulmana con più di dieci gruppi etnici, 13 lingue locali oltre a quella ufficiale francese. L’ultimo colpo di stato (cinque totali dal 1960) è avvenuto nella recente estate del 2020. In questa regione, grande più di quattro volte l’Italia, dove il rischio di malattie infettive è definito molto alto, l’identità e il radicalismo islamico hanno giocato un ruolo importante nella spinta alla mobilitazione armata per la contrapposizione di interessi anche locali.

Nella regione c’è l’impegno dell’Onu, dal 2013 con l’operazione Minusma con risultati non ancora visibili, dell’Unione europea con l’Operazione Eutm-M per l’addestramento delle forze armate, percepita dai locali “too theoretical”. La missione antiterrorismo francese (che ha già riportato 54 vittime), denominata Barkhane, ha perso il supporto della popolazione maliana, peraltro l’impegno francese in Mali ha alimentato, da tempo, dibattiti interni alla Francia sulla convenienza politica e militare a continuare la missione in considerazione dei pochi risultati raggiunti e della dichiarata avversione della giunta militare. Secondo alcuni partiti politici maliani, “solo il popolo del Mali può porre fine al conflitto in atto”.

La situazione del Mali, quindi, risulta ricalcare quella dell’Afghanistan all’inizio della “Global war on Terrorism”. Alcuni analisti hanno definito il Mali il “nuovo Afghanistan” dell’Africa.

Peraltro, per il contrasto del iihadismo sono ancora in corso in alcune aree dell’Iraq e della Siria, operazioni militari da parte di una grande coalizione con molte potenze coinvolte i cui risultati non appaiono né certi né ancora definitivi. L’apertura delle operazioni militari in Africa di contrasto al Jihadismo con la partecipazione di un numero di Paesi e di forze minimali fa sorgere alcuni dubbi sulla efficacia della strategia globale per combattere il fenomeno terroristico.

L’Italia, in particolare, dovrebbe interrogarsi, dopo l’Afghanistan sulle linee da seguire per garantire livelli di Sicurezza nazionale adeguati al nuovo quadro mondiale che vede una competizione strategica molto impegnativa per vincere il futuro. La stabilizzazione del quadro internazionale non sarà priva di sorprese. È necessario ricorrere alla storia e ai suoi agli insegnamenti, soprattutto quelli ereditati dall’antico Impero romano per le minacce provenienti da Sud. La sicurezza dell’Impero fu ottenuta rafforzando i Paesi del Nord-Africa e non disperdendo gli sforzi in zone di poco interesse commerciale o strategico.

La Libia, la Tunisia e l’Algeria, solo per citarne alcuni, sono i paesi di interesse strategico per la sicurezza non solo dell’Italia ma per l’intera Europa. Le operazioni militari, anche se di pace hanno costi molto elevati, anche per i Paesi del G7 che dopo la pandemia hanno dovuto innalzare il debito pubblico a livelli mai visti prima. Le operazioni militari hanno costi certi, ma ritorni incerti. Il Mali rappresenta il nuovo “pantano di guai” nel quale non infilarsi per non lasciare in eredità alle prossime generazioni non solo un grosso debito finanziario, ma anche un debito strategico in politica estera.

La posizione dell’Italia

Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, su  Il Foglio il 4 febbraio scorso, ha confermato come il Sahel sia strategico per l’Italia anche per ragioni non strettamente militari: “il Mali è un paese cruciale per gli equilibri nella regione del Sahel e, sebbene la transizione verso il ritorno alla democrazia abbia subito un rallentamento, la scelta di lasciare il paese potrebbe dare spazio ad altri attori che cercano di rafforzare il loro ruolo nella regione, anche attraverso l’uso di gruppi paramilitari” (gruppo paramilitare russo Wagner).

Guerini ammette che in Mali “le relazioni con la giunta militare non sono semplici. Dobbiamo continuare a impostare un confronto esplicito su punti centrali e dirimenti per confermare il nostro impegno“.

Il nostro Paese è presente in quel territorio con la “Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger – MISIN”, comandata dal colonnello pilota dell’aeronautica militare, Davide Cipelletti, (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel.

Circa 200 militari italiani opererano, invece, all’interno della TF Takuba, garantendo capacità di evacuazione medica del personale della coalizione in operazione mediante l’impiego dei 3 velivoli da trasporto CH 47 F dell’Esercito, in configurazione medevac che si avvalgono della necessaria cornice di sicurezza assicurata dai 3 elicotteri da esplorazione e scorta AH – 129D “Mangusta”, del 5° e 7° reggimento della Brigata Aeromobile dell’Esercito, inquadrati nella Task Force “Jacana”.

Missione bilaterale di supporto alla Repubblica del Niger (MISIN)

Generale Preziosa: “Africa ginepraio di instabilità”